domenica 22 luglio 2012

La Religione Antispecista (prima edizione)

Premessa


Piuttosto che contrapporre la Scienza alla Religione come si suole, ritengo sia maggiormente accurato distinguere tra le due attitudini umane che predispongono all'una o l'altra: l'attitudine al pensiero razionale e l'attitudine fideista. La persona razionale è colui che basa la propria concezione sull'analisi dei fatti, perciò è propensa a riconsiderare le sue posizioni in funzione della valutazione oggettiva delle nuove conoscenze acquisite, ma per farlo necessita di prove valide. Il fideista costruisce la propria concezione sulla base di ciò che per lui è emotivamente desiderabile, e qualunque obiezione razionale si presenti a tale concezione, egli la rifiuterà categoricamente. Anziché cambiare le proprie opinioni in base alla conoscenza, il fideista seleziona o distorce la conoscenza per adattarla alle proprie opinioni.
Pertanto non mi aspetto che i religiosi antispecisti che si imbattono in questo saggio cambino le loro idee. Come disse Schopenhauer, o pensi o credi. Questa disamina è rivolta a chi pensa.


Denominazione Sbagliata


La scelta inappropriata del nome "antispecismo" è emblematica di una filosofia mal concepita. Di fatto, la filosofia antispecista prende in considerazione esclusivamente gli animali, ma gli animali non sono certo gli unici esseri viventi tassonomicamente suddivisibili in "specie".
Gli antispecisti meno avveduti reclamano diritti per "tutti gli esseri viventi" indistintamente, ma invero intendono soltanto gli animali (e nemmeno tutti, come vedremo in seguito). Riferendosi agli animali come "tutti gli esseri viventi", gli antispecisti presuppongono che non esistano esseri viventi all'infuori degli animali, di conseguenza declassano le Piante, i Funghi, i Protisti, i Batteri e gli Archea (esseri viventi in piena regola) a rango di oggetti inanimati ad uso e consumo degli animali. Paradossalmente, le stesse persone asseriscono che gli animali non si debbano mangiare in quanto possiedono il nostro stesso diritto alla vita e non esistono allo scopo di soddisfare le nostre esigenze. Secondo questa concezione, la vita è il requisito che conferisce il diritto alla tutela dell'esistenza, ma coloro i quali propugnano tale diritto universale alla vita, non considerano che per definizione esso andrebbe applicato indiscriminatamente ad ogni forma di vita, comprese le piante, perché anche le piante hanno una vita propria e di certo non vengono al mondo per essere mangiate da noi.
Lo sfruttamento è una condizione imposta dalla natura agli esseri viventi. L'esistenza degli eterotrofi si fonda sullo sfruttamento degli autotrofi: gli autotrofi producono autonomamente le sostanze organiche di cui necessitano, mentre gli eterotrofi, essendo sprovvisti di tale capacità, devono necessariamente sottrarre le sostanze essenziali agli organismi autotrofi. Questo è inevitabile, a meno che l'individuo eterotrofo rinunci alla propria vita rifiutando di nutrirsi dell'autotrofo, ma tale gesto altruistico non risolverebbe comunque nulla poiché, come spiega Dawkins, una conseguenza della selezione naturale è la promozione di comportamenti egoistici: il gene di chi sacrifica sé stesso per risparmiare l'altro non si diffonde nella popolazione proprio perché l'individuo morendo non lo propaga nella generazione successiva, al contrario gli individui opportunisti accrescono le loro probabilità di sopravvivenza e quindi i loro geni prevarranno nella popolazione.


Presunzione di Biocentrismo


La religione cristiana sostiene che l'uomo sia stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, e che gli animali siano stati creati perché l'uomo ne possa usufruire. L'uomo, secondo la religione cristiana, è dunque l'essere vivente superiore, privilegiato da Dio, il quale lo ha posto al vertice della sua creazione, rendendolo sovrano di tutto ciò che lo circonda, creando la natura e l'universo appositamente per lui. Questa è la concezione antropocentrica alla quale gli antispecisti credono di opporsi, senza accorgersi che i precetti che propongono sono antropocentrici tanto quanto l'antropocentrismo cristiano che si prefiggono di superare. Sebbene la visione antropocentrica cristiana sia già stata confutata da Copernico (è la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa, perciò l'uomo non si trova al centro quantomeno spaziale dell'universo), gli antispecisti si oppongono ad essa brandendo Darwin, il quale confuta la genesi biblica: l'uomo è frutto dell'evoluzione tanto quanto tutti gli altri esseri viventi, non ha una posizione di riguardo, esso è soltanto una specie fra la moltitudine di specie esistenti, le quali hanno tutte un'origine comune. Da ciò gli antispecisti concludono che tutte le specie sono sullo stesso piano e quindi devono avere pari diritti (sempre senza considerare che anche le piante sono specie).
La concezione antispecista è concisamente espressa dalla Hack nel seguente video.

Sorvolo sulla sciocchezza secondo la quale la caccia, pratica perfettamente sostenibile se regolamentata in base al calcolo del MSY, porterebbe le specie all'estinzione, forse la Hack, come molti altri animalisti, confonde "caccia" con "bracconaggio". In questa sede mi limito a riportare le frasi d'interesse, pronunciate da minuto 0:34 a minuto 1:26, che trascrivo:

Gli animali non sono proprietà di qualcuno, fanno parte della natura, hanno diritto a vivere la loro vita libera, e tutti gli animali hanno diritto a vivere in tranquillità.
Abbiamo tutti un'origine comune, questo ce lo dice la scienza, e quindi la nostra fratellanza va estesa non solo agli altri esseri umani ma a tutti i viventi.
L'antispecismo ricorre al darwinismo allo scopo di corroborare la propria concezione a dispetto dell'antropocentrismo cristiano, sorvolando però sul caposaldo della teoria dell'evoluzione, ossia la selezione naturale, che rende la natura una spietata lotta per la sopravvivenza, in cui vige la sopraffazione del più forte sul più debole e in cui ciascuna specie sfrutta le altre specie per ricavarne vantaggio. Ovvero uno scenario diametralmente opposto a quanto auspicato dagli antispecisti, i quali paradossalmente si rivolgono al darwinismo per avere ragione della concezione che propugnano. Oggettivamente il darwinismo confuta la concezione antropocentrica cristiana (confutando la genesi biblica), tanto quanto confuta la concezione antispecista (confutando il precetto della fratellanza universale).
Si badi bene che io non sto proponendo un'etica fondata sul darwinismo, non sono io quello che indica il darwinismo come prova della giustezza della propria etica.
Nel linguaggio comune si suole distinguere l'uomo dagli animali, negli scritti antispecisti invece (ad esempio in Liberazione Animale) si parla di uomo e "animali non-umani" proprio allo scopo di evidenziare che anche l'uomo è un animale (formalismo banale ma funzionale all'indottrinamento).
Che gli esseri viventi siano tutti imparentati, è senz'altro un fatto incontestabile, ciò che invece è contestabile è la conclusione che gli antispecisti ricavano da tale fatto: gli esseri viventi sono tutti parenti quindi devono amarsi tutti reciprocamente. Conclusione in contrasto con l'evidenza giacché, se così fosse, al mondo non dovrebbero esistere né predatori, né parassiti, né tanto meno erbivori, dato che anche questi ultimi sono eterotrofi che vivono a spese degli autotrofi.
Suddetta conclusione denota inoltre un'ottica antropopsitica (per la definizione del termine rimando all'articolo intitolato Antropopsicismo) in quanto il sentimento di affetto che lega i parenti al nucleo familiare, è tipico della specie umana ma non di tutte le altre specie: molte specie, soprattutto fra i pesci, sono ovipare e le uova si schiudono in seguito alla morte dei genitori, i quali peraltro si incontrano solo in occasione della riproduzione. Il legame affettivo familiare è un concetto umano che gli antispecisti (come la Hack quando asserisce che "la fratellanza va estesa a tutti gli esseri viventi") attribuiscono erroneamente alle altre specie non-umane.
Il tentativo antispecista di suffragare la propria concezione apportando presunte prove darwiniane, costituisce un ottimo esempio di attitudine religiosa. Ribadisco: i religiosi costruiscono la loro fantasiosa visione del mondo sulla base dei propri desideri, e solo successivamente attingono dalla scienza esclusivamente ciò che appare confacente alla propria visione, illudendosi di trovare le prove che confermano la "verità" in cui credono. Viceversa, le menti razionali analizzano prima i fatti scientifici in maniera obiettiva e solo successivamente ne traggono le conclusioni. Questo concetto l'ho spiegato in maniera esaustiva nell'articolo intitolato Inversione del Processo Conoscitivo, che tra l'altro è dedicato a quei vegani che mistificano sull'anatomia comparata.
Alcuni lettori obietteranno che la Hack è notoriamente atea, nonché membro onorario dell'UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti). Ciononostante non credere nell'esistenza di Dio ("A-Teismo") è diverso dal non aderire ad una religione, occorre discernere tra i due concetti: l'antispecismo è una religione senza Dio. L'UAAR organizza lezioni sull'antispecismo. La religione antispecista fa molti proseliti tra i sedicenti atei, i quali non si rendono conto di aderire ad una religione avversaria del cristianesimo. Persino Dawkins, l'ateo per antonomasia, mostra compiacenza nei riguardi di Singer e della filosofia antispecista. Nel suo caso però, intuisco le motivazioni opportunistiche: Dawkins è intento a costituire il più grande movimento ateo della storia e vede nel movimento antispecista un alleato contro il cristianesimo. Ma la cosa ha un ché di ridicolo considerando che proprio le teorie di Dawkins (specialmente quelle relative a Il Gene Egoista), se recepite correttamente (e non come le stravolgono certi antispecisti), demoliscono l'antispecismo. Analizzando l'antispecismo con lo strumento dawkinsiano si conclude che l'antispecismo è innaturale poiché favorire le altre specie a scapito della propria è un comportamento antievolutivo, infatti nessuna specie al mondo è antispecista. Un esempio del favorire altre specie a scapito della propria è la rinuncia alla sperimentazione animale, «anche un solo topo morto per trovare un rimedio per tutte le malattie sarà inammissibile» dichiara Chris Derose dell'ALF. L'ipocrisia di Dawkins è messa a nudo quando gli si domanda se sia vegetariano: risponde diplomaticamente che è consapevole che dovrebbe esserlo sebbene non lo sia. Infine, se Dawkins aderisce ed è uno dei più noti promulgatori del Great Ape Project, non è certo per ragioni antispeciste, ma per spirito di rivalsa sul creazionismo, il quale rinnega che l'uomo ha un antenato in comune con lo scimpanzé.
A questo punto chiediamoci: se non da Darwin, da dove ha avuto origine la concezione che ha influenzato la corrente di pensiero antispecista?
La mia risposta è: principalmente da Walt Disney.

Ma a Disney devono aggiungersi tutti quei registi e produttori cinematografici hollywoodiani le cui radici culturali affondano in un humus formatosi con la contestazione del '68, in cui vigeva l'errato sillogismo: scienza = bomba atomica; bomba atomica = distruzione di massa → scienza = distruzione di massa.
I loro film, vedi Avatar, ripropongono il consueto schema di Propp, nel quale i panni del malvagio sono vestiti dagli esseri umani, dalla tecnologia e dalla scienza, mentre il bene è rappresentato dagli animali e dal ritorno alla natura. Come spiega il Softpower di Nye, Hollywood è tra i massimi strumenti di condizionamento dell'opinione pubblica globale. Il tipo di lavorio psicologico instillato nella mente della massa, ad opera dell'influenza cinematografica, genera i movimenti di opinione, e ciò era già noto a Le Bon che lo accenna nel suo Psicologia delle Folle.
L'argomento principale di questo paragrafo è l'antropocentrismo di tipo antispecista. L'antispecismo accusa il cristianesimo di "antropocentrismo", per le ragioni precedentemente addotte, senza però rendersi conto che esso stesso è persino più antropocentrico del cristianesimo in quanto discrimina gli animali privilegiando solo quelli il cui aspetto suscita sentimenti di benevolenza nell'uomo. Non esiste alcun "antispecista" autentico: nessun uomo rinuncia all'uso dell'automobile (o l'autobus o il treno o di qualsiasi altro mezzo a motore) per evitare la strage di moscerini che finiscono inevitabilmente spiaccicati sul parabrezza. Le cavie animali maggiormente impiegate nei laboratori di ricerca biomedica (in particolare di genetica) di tutto il mondo sono la Drosophila melanogaster (moscerino della frutta) ed il Caenorhabditis elegans (nematode, anch'esso un animale a tutti gli effetti), eppure le campagne antivivisezioniste (antispeciste) non ne fanno mai menzione. Quei due poveri animaletti non trovano spazio nei manifesti antivivisezionisti. Questo fatto si spiega attraverso la discriminazione antropocentrica che gli antispecisti riservano a quegli animali che hanno l'unica colpa di possedere un aspetto ripugnante alla vista umana. Nell'antispecismo è l'uomo a scegliere quale specie animale è degna o meno di possedere diritti, e tale scelta è arbitraria e basata sulle emozioni umane.
Pertanto, alla luce di queste considerazioni, possiamo adesso stilare il manifesto veritiero della religione antispecista, ispirato a La Fattoria degli Animali di George Orwell.

L'uomo viene considerato "meno uguale" perché gli antispecisti lo ritengono responsabile della sofferenza animale (come spiego più avanti).
Il cristianesimo si è formato in un'epoca in cui l'uomo viveva ancora secondo i dettami della natura. La natura è composta dalla sommatoria matematica dei "centrismi" di ciascuna specie: per i felini è "felinocentrica", per i suiformi è "suinocentrica", per gli equini è "equinocentrica", per gli uomini è "antropocentrica", e via discorrendo. In altre parole, ogni specie è specista. La perdita del contatto con la natura da parte dell'uomo occidentale, e la conseguente idealizzazione della stessa (proprio perché non si conosce realmente), è all'origine psicologica della propensione all'antispecismo, al quale dedicherò un paragrafo specifico più avanti. L'opposizione dell'antispecismo all'antropocentrismo cristiano ha un'importante ragione sociologica: perché una nuova religione si possa affermare, deve spodestare la religione vigente. Il cristianesimo a sua volta nacque dal ripudio dell'ebraismo. Questo spiega anche lo pseudoateismo in auge tra gli antispecismi: la dichiarazione di ateismo da parte degli antispecisti è funzionale al ripudio del cristianesimo.

Aggiungo a questo paragrafo ancora qualche riga per discutere l'accusa della presunta proclamazione di superiorità da parte dell'uomo. Secondo gli antispecisti, la ragione per la quale l'uomo impiega gli animali nell'alimentazione, nella sperimentazione e per altri scopi, è dovuta al fatto che l'uomo si proclama superiore e reputa gli animali inferiori e quindi si sente in diritto di sfruttarli e schiavizzarli in quanto suoi subalterni.
"Superiore", "inferiori" sono categorizzazioni concettuali prettamente umane e non hanno alcun significato in natura. La natura non se ne fa niente dei concetti umani, la natura Non è regolata secondo criteri umani, credere che lo sia, equivale ad antropopsicizzare. Cosa vuol dire "superiore"? Forse intendono "migliore"? Ma migliore in cosa?! Secondo quali parametri?! L'evoluzione non procede in direzione del miglioramento in senso umano, bensì in direzione dell'adattamento all'ambiente. Il delfino è un nuotatore migliore ("superiore") rispetto all'uomo, perché si è adattato a fare quello che nel suo ambiente è necessario fare per sopravvivere. Gli antispecisti credono che i predatori chiedano il permesso per usare le prede come cibo?! Gli antispecisti credono che i predatori, in natura, usino le prede perché le considerino "inferiori" e si autoproclamino "superiori"?!

In conclusione, né la concezione cristiana, né la concezione antispecista possiedono alcuna validità scientifica. Sia l'etica cristiana, sia l'etica antispecista, si basano su concezioni del mondo fantasiose, non attinenti alla realtà. Sia la religione cristiana, sia la religione antispecista pretendono di imporre la propria etica agli altri per mezzo di leggi. Di fatto, l'ingerenza del clero cattolico è riuscita ad abolire la fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali in Italia (poiché l'etica cristiana, basata su una visione fantasiosa del mondo, considera l'embrione al pari di un essere umano e quindi ritiene che debba essere tutelato dai medesimi diritti dell'uomo); ben presto le lobby* antispeciste avranno abbastanza potere da imporre l'abolizione della sperimentazione animale (poiché l'etica antispecista, basata su una visione fantasiosa del mondo, considera gli animali al pari degli esseri umani e quindi ritiene che debbano essere tutelati dai medesimi diritti dell'uomo).
Perlomeno il cristianesimo si presenta come religione, quindi i cittadini possono appellarsi alla laicità dello Stato per opporsi alle ingerenze della Chiesa. L'antispecismo invece, non dichiarandosi come religione (sebbene lo sia a tutti gli effetti), agisce in maniera subdola.

[*lobby]: per "lobby" si intende una qualsiasi associazione che riesce a fare pressione politica imponendo i propri interessi al di sopra di quelli della collettività, non ha importanza se gli interessi siano di natura economica o ideologica, perciò è perfettamente appropriato parlare di lobby in riferimento alle associazioni animaliste.


Discrimine Oggettivo


Secondo gli antispecisti non esiste, in natura, un discrimine oggettivo al quale appellarsi per attribuire maggior valore all'uomo rispetto a qualsiasi altro animale. A loro detta i privilegi che l'uomo riserva alla propria specie, a scapito delle altre, dipendono da un mero fattore culturale ereditato dell'antropocentrismo cristiano che, oggigiorno, non ha più motivo di esistere in virtù della confutazione darwiniana.
Gli antispecisti però non considerano che, in virtù di questo stesso criterio, anche un sasso ha il medesimo diritto di esistere di un animale, perché nell'universo non c'è nulla che ci dice che l'animale debba essere più importante del sasso. La vita è solo una delle molteplici forme che la materia può assumere. Perché una forma dovrebbe avere oggettivamente più valore di un'altra? L'universo è indifferente sia all'una sia all'altra. Eppure gli antispecisti distinguono tra il frantumare un sasso e il frantumare un animale, per cui loro stessi dimostrano di non attenersi al criterio che propongono.
Il principio fondamentale su cui si erige la filosofia antispecista consiste nell'indicare una caratteristica che rende tutti gli animali equamente degni di tutela: la percezione della sofferenza. Questa caratteristica è indicata anche da Singer in Liberazione Animale (sì, l'ho letto, è un'accozzaglia di fesserie, tanto che mi stupisce che l'autore venga classificato come filosofo, più avanti tornerò a citarlo), che scrive:
La capacità di provare dolore e piacere è un prerequisito per avere interessi in assoluto, una condizione che deve essere soddisfatta prima che si possa parlare di interessi in un modo che abbia senso. Sarebbe assurdo dire che non era nell'interesse di un sasso l'essere preso a calci lungo la strada da uno scolaro. Un sasso non ha interessi perché non può soffrire. Nulla di ciò che possiamo fargli può comportare una qualsiasi differenza per il suo benessere. La capacità di provare dolore e piacere è una condizione non solo necessaria ma anche sufficiente perché si possa dire che un essere ha interessi - come minimo assoluto, l'interesse a non soffrire. Un topo, per esempio, ha davvero interesse a non venir preso a calci per la strada, perché in tal caso soffrirà.
Si individua dunque nella capacità di provare sofferenza il requisito per possedere i medesimi diritti che tutelano l'uomo. Se questo criterio venisse seriamente applicato per formulare leggi, esso porterebbe a conseguenze assurde, in quanto dovremmo mettere in galera tutti i predatori ed i parassiti. Ma non è questo che gli antispecisti desiderano, quello che gli antispecisti propongono è di impedire soltanto all'uomo di compiere quelle azioni che comportano sofferenza agli animali. Questo equivale ad escludere l'uomo dalla natura generando una diseguaglianza, ossia proprio ciò che gli antispecisti si prefiggono di eliminare. Non sono gli antispecisti a chiedere uguaglianza uomo/animale? Allora perché consentire ai predatori di cacciare e vietarlo all'uomo? Se si accorda ai predatori il diritto alla caccia, allora lo si deve accordare anche all'uomo, dato che la premessa è l'uguaglianza di diritti. Ma in questa occasione gli antispecisti considerano l'uomo estraneo alla natura per cui non deve "interferire", mentre quando si tratta di inficiare l'antropocentrismo, l'uomo non è estraneo bensì fa parte della natura come tutte le altre specie... insomma l'uomo è estraneo o non estraneo alla natura a seconda della convenienza. A questa osservazione gli antispecisti rispondono che l'uomo non è un predatore naturale perché non riuscirebbe a cacciare senza armi, perciò ne concludono che all'uomo debba essere vietata la caccia. Come ho già spiegato nell'articolo Inversione del Processo Conoscitivo, la caccia ha rivestito un ruolo fondamentale nell'evoluzione dell'uomo, la caccia è ciò che ha contraddistinto la nostra linea filogenetica rispetto a quella degli altri primati che sono rimasti arboricoli come lo erano i nostri progenitori. La necessità di cacciare per sopravvivere ha selezionato gli individui più intelligenti e ha catalizzato lo sviluppo di una nuova facoltà mentale, l'immaginazione, la quale ci ha consentito di progettare, nella nostra mente, le armi (lance con punte di selce, frecce ed arco) e le trappole. Ci sono molte prove di questo fatto, come le incisioni rupestri che ritraggono scene di caccia e che risalgono al paleolitico, ma a fugare ogni dubbio sono i ritrovamenti paleontologici nei quali si osserva l'aumento del neurocranio (la parte di cranio che contiene l'encefalo) durante l'era in cui il progenitore dell'uomo iniziò a cacciare (dall'analisi chimica delle ossa si conosce la dieta). È semmai il veganismo ad essere contro-natura, se si considera che nessun animale in natura coltiva la terra e la natura selvatica non offrirebbe adeguato sostentamento (né quantitativo né qualitativo) ad una popolazione umana stanziale, e soprattutto nessuna delle piante che consuma abitualmente l'uomo moderno esiste in natura, ma è il prodotto della selezione artificiale praticata dagli agricoltori nel corso dei secoli. L'intelletto è la caratteristica naturale umana, che l'uomo ha sviluppato per costruire le armi da caccia, pertanto dire ad un uomo che egli non dovrebbe cacciare perché usa le armi, equivale a dire ad un leone che non dovrebbe cacciare perché usa gli artigli, o ad un uccello che non dovrebbe volare perché usa le ali. Gli antispecisti obiettano che oggigiorno l'uomo non ha la necessità di cacciare, perché non viviamo più come nomadi cacciatori-raccoglitori e ci sono nuove forme artificiali di sostentamento (il veganismo appunto), perciò se l'uomo caccia lo fa per gioco mentre i predatori in natura lo fanno per necessità... ed anche qui gli antispecisti si sbagliano: basta osservare i gatti per constatare quanto essi siano crudeli nell'uccidere per gioco e continuare ad infierire sul corpo della preda, spesso senza cibarsene. Il gioco è un istinto ed è una pratica necessaria perché rappresenta un allenamento alla vita. Proibire la caccia significa vietare all'uomo di soddisfare un istinto naturale, un po' come vietargli di fare sesso asserendo che non è più necessario in quanto c'è la fecondazione in vitro. Privando soltanto l'uomo di questo piacere, si crea una diseguaglianza con gli altri predatori. Pertanto sarebbe opportuno che gli antispecisti la smettessero di parlare di "eguaglianza" e di "parità di diritti", perché di fatto ciò che pretendono è una limitazione dei diritti dell'uomo rispetto a quelli consentiti agli altri animali. Lo scenario antispecista è uno scenario di diseguaglianza e disparità di diritti.
Ritorniamo all'obiezione antispecista "per l'uomo non è naturale cacciare quindi gli deve essere vietato per legge". Più volte, nel corso dell'evoluzione, è accaduto che le specie modificassero la propria dieta cogliendo l'occasione di occupare una nuova e più proficua nicchia ecologica. I Selaci ad esempio: gli squali sono quasi tutti predatori, eppure alcuni di essi hanno modificato la loro dieta evolvendosi in filtratori di plancton (vedi lo squalo balena). Ammettiamo che abbiano ragione gli antispecisti e che l'uomo non sia un predatore ma un frugivoro, se gli antispecisti intendono vietare all'uomo di passare ad una nuova dieta, allora in virtù del principio di eguaglianza dovrebbero vietarlo anche a tutte quelle specie in procinto di compiere il suddetto passo evolutivo. Ma la cosa più interessante dell'obiezione "per l'uomo non è naturale cacciare quindi gli deve essere vietato per legge" è che traspare che gli antispecisti si autoproclamano garanti della natura e pretendono di far rispettare agli altri le regole della natura. Esattamente come i cristiani esigono leggi che impediscono agli omosessuali di sposarsi perché considerano l'omosessualità contro-natura, gli antispecisti esigono leggi che vietino all'uomo di cacciare perché considerano la caccia praticata dall'uomo contro-natura. Il colmo è che, scientificamente, la caccia è perfettamente naturale per l'uomo, perciò quando gli antispecisti dicono "contro-natura" non si stanno riferendo alla natura reale, bensì alla loro concezione fantasiosa di natura, costruita su ciò che per loro è emotivamente desiderabile. Secondo gli antispecisti è legittimo che un leone divori un umano, perché è nella natura del leone predare, al contrario non è legittimo che un umano vada a caccia di cinghiali perché, secondo la loro visione distorta della natura, gli umani non sono predatori. Va inoltre detto che in natura la predazione è diretta ad individui nella fase giovanile (cuccioli), che essendo indifesi sono le vittime predilette dai predatori, i quali fanno meno sforzo per catturarle. L'uomo, al contrario, impedisce a sé stesso di cacciare i cuccioli, mediante i divieti di fermo caccia e fermo pesca, istituiti per consentire agli adulti di allevare la prole. Quando gli si fa notare che la caccia ha guidato l'evoluzione dell'uomo, gli antispecisti si dividono in due: la maggior parte di essi si ostina a negare l'evidenza, rifiuta ogni prova e taccia gli scienziati di ignoranza o di corruzione da parte della fantomatica "lobby degli allevatori e macellai", si comporta insomma come quei religiosi integralisti, cristiani o musulmani, che negano l'evoluzione biologica e considerano scientifico il creazionismo; mentre una minoranza di antispecisti, che si crede più astuta, tenta di aggirare l'ostacolo asserendo che l'uomo, al contrario del leone, è in grado di ragionare e di rendersi conto che cacciare è un male, perciò l'uomo, al contrario del leone, non ha giustificazioni... bene! In questo modo ammettono implicitamente che gli animali non sono dotati della capacità di elaborare la consapevolezza e ciò ha importanti conseguenze proprio sulla percezione della sofferenza, criterio su cui si fonda l'antispecismo.
Quindi, facciamo un passo indietro e torniamo all'argomento che costituisce il dogma centrale della religione antispecista, e che mi accingo ad inficiare: la comune percezione della sofferenza. Il discrimine proposto appare ragionevolmente condivisibile, ma si tratta in verità di un sofisma. Un termine molto in voga tra gli antispecisti, per identificare gli animali capaci di provare sofferenza, è "esseri senzienti" (non è un termine scientifico, sebbene gli antispecisti ne siano convinti). L'antispecismo si auto-confuta in quanto è esattamente la caratteristica che indica allo scopo di equiparare gli animali all'uomo (la capacità di provare sofferenza) a rendere l'uomo più importante rispetto alla maggior parte degli animali. Credere che gli animali soffrano quanto e come gli uomini è un errore che dipende dalla propensione umana all'antropopsicismo, ossia la tendenza ad attribuire erroneamente peculiarità mentali umane ad esseri non-umani (reali o astratti, nel nostro caso agli animali).


Il Rinoceronte Soggettivista: il corno che attribuisce all'ambiente appartiene in realtà ad egli stesso.
[Credit: Selcuk Erdem]

Un essere umano che contrae una grave malattia, non teme tanto il dolore fisico provocato dalla malattia, quanto la sofferenza psicologica derivante dalla consapevolezza di trovarsi sul punto di morte, o di riportare invalidità permanenti, o ancora si preoccupa, a buon ragione, che i familiari patiscano per la sua disgrazia. La consapevolezza della malattia e delle sue conseguenze, è permessa da una precisa facoltà mentale chiamata autocoscienza. Attraverso l'autocoscienza noi siamo capaci di realizzare la nostra esistenza. Una caratteristica senza dubbio vantaggiosa, ma anche un onere che comporta una serie di conseguenze spiacevoli, come appunto la consapevolezza della malattia o della disabilità. La domanda spontanea a questo punto è: com'è possibile determinare la presenza di autocoscienza negli animali? Il test per accertare la presenza di autocoscienza è il riconoscimento della propria immagine riflessa allo specchio. Superano il test soltanto alcuni primati, come lo scimpanzé, ed i cetacei, come i tursiopi (delfini), oltre ovviamente l'uomo. A prescindere dal test, occorre considerare che l'area cerebrale che presiede all'elaborazione dell'autocoscienza è la Neocorteccia, struttura di cui la maggior parte degli animali è totalmente priva. Sulla base di tali considerazioni è possibile asserire con certezza che la sofferenza animale non è minimamente paragonabile alla nostra. La sofferenza animale è riducibile al dolore fisico. Una bestiola ammalata non pensa: “oddio ho il cancro”; non realizza: “questo male mi divora dall'interno”; oppure: “temo che la morte sia la fine della mia esistenza”; o ancora: “lascerò i miei bambini orfani” e via dicendo.
La seguente fotografia è stata scattata durante la manifestazione antispecista organizzata a Roma per protestare nei confronti delle misure adottate dall'Ucraina contro il randagismo (in merito alla vicenda, come di consueto, sono girate moltissime bufale sulle pagine animaliste, vedi qui). La foto mostra un cane mutilato sul cui carrellino per la deambulazione compare un manifesto con la scritta "il dolore non è niente per chi non lo sente". L'intenzione dell'autore è intuitivamente quella di asserire che i randagi vengono soppressi da persone che non si curano del dolore dei cani. Paradossalmente questa affermazione inficia il teorema antispecista: il cane mutilato non si rattrista della sua condizione perché non se ne rende conto, non è turbato perché gli manca la capacità di proiettare sé stesso nella sua mente. Questa è una capacità umana che l'uomo attribuisce erroneamente agli altri animali. Per cui, è vero che "il dolore non è niente per chi non lo sente", solo che sono appunto gli animali a non sentirlo, o meglio a provarlo in misura di gran lunga minore rispetto all'uomo.

È vero che oltre alla sofferenza fisica, gli animali provano paura e scappano di fronte al pericolo, ma non è una reazione consapevole, bensì istintiva (istinto di sopravvivenza promosso dalla selezione naturale), ed è bene non confondere le cose. La nostra specie è talmente angosciata dall'idea della morte dall'aver elaborato il concetto di anima per sottrarsi al pensiero della fine della propria esistenza e di quella dei propri cari. Ciononostante, una madre umana che perde i propri figli, per un incidente o per qualsiasi altra causa, porterà con sé un trauma profondo che l'accompagnerà per il resto della vita. Qualcuno può seriamente pensare di paragonare tale dolore a quello di una gatta alla quale muoiono i cuccioli?! Gli animali sono per lo più indifferenti nei confronti della morte dei loro simili (parenti compresi), poiché semplicemente non sono in grado di realizzare il concetto di vita o di morte. Sempre nell'articolo Antropopsicismo ho illustrato come i felini non siano in grado di rendersi conto della morte dei membri del proprio branco. È altresì una pratica comune nei felini (ma anche in molti altri animali) che il nuovo maschio dominate, che spodesta il predecessore, uccida tutti i cuccioli di quest'ultimo per predisporre le femmine ad un nuovo accoppiamento. Le femmine si accoppiano con lo stesso maschio che ha ucciso i loro figli, questo proprio perché non si rendono conto di ciò che è avvenuto. Le osservazioni etologiche dimostrano che le uniche specie (oltre la nostra), le cui madri esibiscono sofferenza per la perdita della prole sono, di nuovo, gli scimpanzé ed i delfini, a riprova della presenza di autocoscienza in queste specie.
A questo punto gli antispecisti solitamente obiettano che ci sono delle fasi della vita umana in cui l'autocoscienza è assente: nell'uomo l'autocoscienza si afferma intorno ai 3 anni d'età, si assenta ogni notte durante il sonno profondo oppure in caso di svenimento, e si perde con il coma. Per quanto riguarda i bambini sotto i 3 anni e le persone nel momento in cui dormono o in occasione di svenimento, è ovvio che questi debbano essere tutelati dai diritti umani, perché si tratta solo di una temporanea assenza della coscienza, al contrario degli animali che non la svilupperanno mai nel corso della propria vita. Nel caso del coma, personalmente sarei favorevole al testamento biologico, così che ognuno possa decidere, quando è cosciente, delle sorti del proprio corpo in seguito ad un eventuale incidente che comporti la perdita di coscienza. Purtroppo l'ingerenza della Chiesa ci proibisce il testamento biologico in quanto la religione cristiana considera l'uomo in coma (privo di coscienza) al pari di un uomo dotato di coscienza, ed anche in questo caso la religione antispecista è identica a quella cristiana, basta sostituire il soggetto: la religione antispecista è intenta a proibire la sperimentazione animale perché considera gli animali (privi di coscienza) al pari dell'uomo (dotato di coscienza). Ad essere precisi la parte preponderante del movimento antispecista si dichiara favorevole alla sperimentazione sugli umani per trovare le cure alle malattie degli animali, quindi siamo nuovamente di fronte a proposte antispeciste di diseguaglianza sebbene essi la chiamino eguaglianza.
Dall'osservazione dell'antropopsicismo (l'attribuizione le caratteristiche mentali umane agli animali) insito negli antispecisti sono giunto a conclusione che queste persone abbiano subito l'influenza, durante l'infanzia, dei cartoni animati (principalmente Disney) che mostrano animali in veste umana, parlanti e dotati di tutte le peculiarità mentali umane. È molto frequente tra gli antispecisti invitare i ricercatori, o anche soltanto chi è favorevole alla sperimentazione animale, a sostituirsi alle cavie animali. A parte che, se proprio ci tengono a salvare la vita delle cavie animali, dovrebbero essere loro stessi a sostituirsi ad esse e non chiedere agli altri di farlo; quello che principalmente non capiscono gli antispecisti è che se un uomo fosse al posto di una cavia animale, sarebbe un animale privo di autocoscienza e quindi incapace di rendersi conto di essere sottoposto a sperimentazione, pertanto non soffrirebbe quanto un essere umano coscienze posto nelle medesime condizioni, non proverebbe alcuna angoscia perché non sarebbe turbato dalla consapevolezza della sperimentazione.

La sofferenza sarebbe limitata al dolore fisico, che peraltro non tutti gli esperimenti comportano e che è ridotto al minimo grazie all'uso dell'anestetico (che viene usato, contrariamente a quanto falsamente propagandato dagli antivivisezionisti) e grazie a tutta una serie di tecniche di rinforzo skinneriano che rendono collaborativi gli animali. I topi mantenuti in cattività nei laboratori, se la passano decisamente meglio dei loro conspecifici selvatici, l'aspettativa di vita dei primi è molto più lunga dei secondi. I topi selvatici muoiono tra atroci dolori causati dai parassiti, oppure vengono uccisi in gran numero dagli essere umani... ma non attraverso la sperimentazione, ma tramite le derattizzazioni. Il veleno per topi causa la morte in seguito a due giorni d'agonia ed il numero degli animali che periscono in questa maniera è enormemente più grande rispetto a quelli impiegati nella sperimentazione animale, ma questo gli antispecisti non lo considerano perché essi non agiscono su basi razionali, bensì emotive: l'impeto emotivo degli antispecisti è scatenato dall'acritica visione di presunte immagini di animali "vivisezionati" (si tratta in realtà di immagini falsamente attribuite, forvianti, anacronistiche e decontestualizzate, che non sono in alcun modo rappresentative dell'attuale sperimentazione animale).
Spesso la propaganda antispecista ricorre all'espediente di invertire i ruoli nel tentativo di far immedesimare l'uomo nell'animale. Le seguenti immagini, molto diffuse in ambiente antispecista, sono state concepite ricorrendo a tale, forviante, stratagemma.

Chi produce e diffonde questo tipo di figure non sa, o non vuole sapere, o rifiuta di accettare, che gli umani, impiegati come cavie sperimentali al posto dei topi, soffrirebbero molto di più. Le figure ritraggono umani che, dall'interno delle loro gabbie, assistono angosciati alla visione della sperimentazione. I topi non provano di certo tale angoscia perché non sono consapevoli della sperimentazione, non sono capaci di realizzare cosa avviene e di pronosticare la propria sorte.
Gli antispecisti, inoltre, sostengono che la sperimentazione animale sia scientificamente infondata poiché, a loro detta, l'organismo animale differisce da quello umano tanto da non poter fornire alcun modello valido. A tal proposito, uno degli aforismi che vengono diffusi come slogan dalla propaganda antispecista (il ché la dice lunga sulla mancanza di spirito critico e propensione all'indottrinamento religioso degli adepti) è attribuito talvolta a Charles Magel e talvolta ad Hans Ruesch:

Chiedete ai ricercatori perché effettuano esperimenti sugli animali, vi risponderanno, perché gli animali sono come noi.
Chiedete ai ricercatori perché sia moralmente accettabile effettuare esperimenti su animali e la risposta sarà: perché gli animali non sono uguali a noi!
La sperimentazione animale si basa su una contraddizione logica.
Questa asserzione è semplicistica, non rende conto della complessità dell'argomento. Gli animali sono diversi da noi perché, come abbiamo visto, il loro cervello non è in grado di elaborare l'autocoscienza, ma da questo fatto è sbagliato concludere che la fisiologia animale non fornisca dati attendibili sulla fisiologia umana. Anzi, tutt'altro: il funzionamento di un organismo complesso si riesce a comprendere meglio se si osservano organismi simili ma meno complessi. I Neuroni generano impulsi mediante il potenziale d’azione. Il funzionamento del sistema nervoso si basa dunque sul potenziale d’azione. La scelta del tipo di cavia da parte dello scopritore del potenziale d’azione, Andrew Huxley, ricadde sui calamari in quanto i neuroni di questi molluschi sono di grandi dimensioni e pertanto si prestano particolarmente bene all’osservazione sperimentale. I neuroni umani, presi singolarmente, funzionano come quelli dei calamari: in entrambi i casi il potenziale d’azione è generato da una ripartizione di ioni sui lati opposti della membrana. Perché allora noi umani siamo intelligenti ed autocoscienti mentre i calamari no? Semplicemente perché noi abbiamo decine di miliardi di neuroni in più. L'assone del neurone dei molluschi, a differenza di quello umano, non è rivestito da guaina mielinica, pertanto nei molluschi la propagazione del segnale nervoso degenera più rapidamente. È stata appunto la differenza tra l'assenza di guaina mielinica nei molluschi e la presenza della stessa nei vertebrati che ci ha rivelato la sua funzione. Pertanto, contrariamente a quanto pensano gli antivivisezionisti, anche le differenze tra uomo ed animale sono utili per capire l'organismo umano. Se rimarrà traccia nel vostro cervello di quanto state leggendo, ciò è dovuto all’apprendimento, il quale si espleta attraverso un processo fisiologico denominato plasticità nervosa: le sinapsi si riorganizzano collegandosi in modo da produrre circuiti sui quali l’impulso nervoso, generato dal potenziale d’azione, può propagarsi. La computazione del segnale dipende dalla sua propagazione nei circuiti costituiti dalle connessioni sinaptiche. Come si è fatto a scoprire questo processo? Osservare i neuroni sugli umani è estremamente complicato, poiché nel cervello umano sono presenti in fitta densità e sono reciprocamente collegati da un groviglio inestricabile di dendriti (che terminano in bottoni sinaptici), tutto questo rende praticamente impossibile seguire gli impulsi nervosi. Da qui, mi limito a riportare un passo da Wikipedia:
Eric Richard Kandel intuisce che il problema dell’infinità di sinapsi che compongono il cervello è risolvibile spostando i suoi studi sull’Aplysia californica, la lumaca marina dell’isola di Catalina. I suoi neuroni infatti sono simili a quelli dell’uomo ed i segnali elettrici che questi si mandano tra loro sono identici ai nostri pur avendo il gasteropode un sistema nervoso composto da ventimila neuroni anziché undici miliardi come il cervello umano [...] Grazie ai suoi studi sulla plasticità sinaptica, ai chiarimenti sui meccanismi cellulari, molecolari e genetici della memoria, nel 2000 Eric Kandel è stato insignito del Premio Nobel per la Medicina.
Alla luce di queste conoscenze, si comprende quanto l'aforisma di Magel risulti forviante, invero avrebbe senso se ribaltato e rivolto agli antispecisti:
Chiedete agli antispecisti perché non effettuare esperimenti sugli animali, vi risponderanno, perché gli animali non sono come noi.
Chiedete agli antispecisti perché non sia moralmente accettabile effettuare esperimenti su animali e la risposta sarà: perché gli animali sono uguali a noi!
L'antispecismo si basa su una contraddizione logica.
Gli antispecisti, in quanto religiosi, non si curano di siffatte contraddizioni logiche. Inoltre ho notato che, secondo buona parte di essi, la sofferenza non si avvertirebbe con la mente (espressione del funzionamento del cervello) bensì con l'anima (fate presente che la persone che asseriscono queste cose si reputano spesso atee). Ciò spiegherebbe come mai agli antispecisti non risulti incongruente che l'organismo animale differisca troppo dal nostro per fini sperimentali, ma al contempo gli animali non differiscano affatto dall'uomo nella percezione della sofferenza. Quando gli viene chiesto quale sarebbe la prova che gli animali (e gli umani) possiedono un'anima, la classica risposta, del tutto priva del senso del ridicolo, è che gli animali possiedono l'anima perché è l'etimologia stessa della parola che lo dice "anima-li"... c'è da chiedersi perché sprecare tempo con simili imbecilli! Non lo farei se non fosse che la religione antispecista è in continua e rapidissima ascesa (grazie ai moderni sistemi di proselitismo quali i social network) e che presto, nel giro di una generazione, acquisirà talmente tanto potere da imporre la sua "etica" per legge.
Ricapitolando: il fondamento della filosofia antispecista è l'eguale percezione della sofferenza, ma tale presupposto non tiene conto dell'autocoscienza, perciò il fondamento viene meno e ne consegue il crollo della filosofia antispecista.
Chiediamoci: se non riferendosi alla scienza, su cosa basano, gli antispecisti, la certezza dell'uguale percezione della sofferenza tra uomo e animale?
Gli antispecisti sostengono di essere dotati di uno speciale superpotere che chiamano empatia, attraverso il quale sono in grado di avvertire ogni emozione provata da qualsiasi animale. Se gli si ribatte che gli animali non soffrono nella maniera profonda in cui siamo capaci di soffrire noi umani, loro rispondo più o meno così: "tu non lo senti perché sei privo di empatia, ragioni con il cervello e non con il cuore" (una risposta abbastanza simile a quella che danno quei cristiani che sostengono di avvertire la presenza di Dio, e se tu non l'avverti è perché non sei dotato della loro sensibilità). Agli antispecisti, persone dotate di una sensibilità straordinaria, basta dare uno sguardo ad un animale per capire subito come sta e cosa pensa. L'immagine sottostante ne costituisce prova.

Le persone che usano la ragione intuiscono che l'espressione intimorita della cagnetta è dovuta alla presenza dell'operatore televisivo che brandisce la videocamera, un oggetto che la cagnetta non riconosce e che perciò classifica come una potenziale minaccia. Gli antispecisti, che immancabilmente dimostrano di non essere in grado di compiere nemmeno i ragionamenti più elementari, ritengono, per deduzione emotiva, che l'espressione intimorita sia dovuta alla consapevolezza della cagnetta di essere allevata per la sperimentazione. L'uso dell'empatia come strumento deduttivo non riguarda soltanto gli antispecisti improvvisati: anche il sommo pontefice della religione antispecista, Peter Singer, propone il medesimo "metodo empatico" per "dimostrare" che gli animali soffrono come noi. Trascrivo da Liberazione Animale:

Gli animali non-umani provano dolore? Come possiamo saperlo? Ebbene, come sappiamo di chiunque, umano o non umano, se prova dolore? Noi siamo consapevoli del fatto che noi stessi possiamo provare dolore. Lo sappiamo per la diretta esperienza del dolore che abbiamo quando, per esempio, qualcuno preme una sigaretta accesa contro il dorso della nostra mano. Ma come sappiamo che chiunque altro provi dolore? Noi non possiamo sperimentare direttamente il dolore di nessun altro, che si tratti del nostro migliore amico o di un cane randagio [...] Ma, mentre ciò può anche costituire un rompicapo per filosofi, noi non abbiamo il minimo dubbio che i nostri amici più stretti provino dolore come noi. Questa è un'inferenza, ma un'inferenza perfettamente ragionevole, basata sull'osservazione del loro comportamento nelle situazioni in cui noi proveremmo dolore, nonché sul fatto che abbiamo tutte le ragioni di ritenere che i nostri amici siano esseri simili a noi, dotati di un sistema nervoso simile al nostro che si può supporre funzioni come il nostro e produca sensazioni analoghe in analoghe circostanze. Se è giustificabile supporre che gli altri esseri umani provino dolore come noi, c'è qualche ragione per cui una simile inferenza debba essere ingiustificabile nel caso degli altri animali? Quasi ogni segno esterno che ci induce a inferire la presenza di dolore negli altri umani si può osservare in altre specie, soprattutto quelle più vicine a noi - tutte le specie di mammiferi e di uccelli [...] Gli indici comportamentali includono contorcimenti,smorfie, gemiti, guaiti o altre forme di lamento [...] È da lungo tempo che in ambito scientifico si è accettato il principio guida di cercare per qualunque fenomeno ci si proponga di chiarire la spiegazione più semplice possibile [...] ipotizzare che comportamenti simili di animali con sistemi nervosi simili vadano spiegati nello stesso modo è più semplice che non cercare di escogitare una diversa spiegazione per il comportamento degli animali non-umani, e al contempo una spiegazione della diversità tra umani e non umani sotto questo aspetto.
Il qui presente brano di Singer è suddivisibile in due parti:
  • Nella prima parte ricorre al metodo empatico nel tentativo di corroborare l'attribuzione di facoltà mentali umane agli animali (antropopsicismo), asserendo che gli stessi "segni esterni", che ci inducono a supporre lo stato di sofferenza negli umani, si presentano anche negli animali più vicini a noi, quali "mammiferi ed uccelli". Sorvolando sul fatto che gli uccelli sono più filogeneticamente prossimi ai rettili che non ai mammiferi, persino la visione di alcuni primati (ovvero le specie più strettamente imparentate a noi) ci trae in inganno, in quanto interpretiamo la loro normale conformazione facciale come un'espressione di perenne afflizione. Singer pretende invece di comprendere gli uccelli sulla base della comparazione con i "segnali esterni" umani?! Singer ignora che per distinguere i cinguetti d'allarme da quelli di corteggiamento ci sono voluti lunghi studi ornitologici?! Lui crede di capire all'istante cosa significhino i cinguettii degli uccelli attraverso la sua empatia.
  • La seconda parte è sconcertante per la sua stoltezza: Singer fa un uso distorto del "principio guida della scienza". Sebbene non lo nomini, il principio a cui si riferisce si chiama Rasoio di Ockham. È vero che tale principio suggerisce di scegliere l'ipotesi più semplice, tuttavia quella successivamente indicata da Singer non è l'ipotesi più semplice! Anzi, è la più complessa. Singer asserisce che dobbiamo scientificamente considerare la mente animale uguale alla nostra perché questa è la spiegazione più semplice, la logica fallace è di tipo verbale e consiste nel confondere la semplicità del sistema ipotizzato con la semplicità di spiegare il fenomeno in esame. Secondo il modo in cui Singer ha distorto il principio di Ockham, osservando al microscopio i batteri che si muovono verso le fonti di nutrimento e scappano dagli agenti dannosi, dovremmo desumere che essi siano dotati di volontà (di un "interesse" come direbbe Singer), ed è ovvio che non è così. In realtà i batteri sono semplicemente dotati di un automatismo costituito da recettori che saggiando l'ambiente indirizzando il flagello nella direzione favorevole, ovvero un sistema molto più semplice rispetto a quello di ipotizzare la sussistenza di una mente umana nei batteri, e perciò in linea con il principio di Ockham correttamente interpretato. Se la scienza funzionasse come indica Singer, ogni indagine sarebbe preclusa a priori perché per spiegare qualsiasi cosa basterebbe ricondurla a ciò che conosciamo già, che in effetti è la via più sbrigativa, più "semplice" nel senso inteso da Singer.
Abbiamo visto come la religione antispecista sia costruita su criteri irrazionali, ciononostante l'irrazionalità non impedisce alle religioni di affermarsi e prevalere nella società.


Origine Psicologica e Futuro dell'Antispecismo


Da tempo mi propongo di scrivere un articolo sulle ragioni del mio ateismo. In questa sede mi occorre anticipare uno di questi ragionamenti per dimostrare che la religione cristiana e quella antispecista sono accomunate dalla medesima origine antropologica.
Le religioni sono un fenomeno antropologico, prodotto di certe caratteristiche umane. Una di queste è la prolungata necessità di cure parentali, che non ha eguali nel regno animale. Le cure parentali umane sono incomparabilmente prolungate in quanto la nostra sopravvivenza dipende dal nostro elevato intelletto per il quale è necessario un encefalo di dimensioni cospicue che a sua volta richiede un neurocranio molto ampio. Di conseguenza la prole umana deve essere partorita nelle fasi precoci di sviluppo, quando ancora il neurocranio non ha raggiunto le sue dimensioni definitive, altrimenti sarebbe troppo grande per attraversare l'utero della madre.
Lodewijk Bolk disse:
Quando l'essere umano nasce, è ancora un feto [...] Il parto prematuro è una caratteristica specificatamente umana.
La prole degli ungulati (cavalli, vacche, ecc.) diventa presto autosufficiente, essa è capace di mettersi in piedi e camminare nelle ore che seguono il parto. La prole umana, invece, è totalmente inerme ed incapace di procacciarsi il cibo per molti anni ed ha pertanto bisogno di cure parentali prolungate, ma tali cure rappresentano oggettivamente un costo per i genitori. Lo stratagemma evolutivo che predispone i genitori a spendere energie nell'allevamento della prole, è il sentimento di affetto materno (o paterno). Non c'è nulla di spirituale nei sentimenti, tutte le emozioni sono stratagemmi evolutivi, programmi geneticamente ereditati, che la mente esegue allo scopo di indurre a compiere ciò che è necessario compiere per massimizzare le probabilità di sopravvivenza della specie. Come il desiderio sessuale ci spinge alla riproduzione, l'affetto materno ci spinge a preservare il frutto della riproduzione, la prole. Entrambi, desiderio sessuale e affetto materno, sono meri programmi eseguiti dal sistema nervoso.
Il genitore spende tempo ed energie nell'allevamento della prole, tempo ed energie che potrebbe destinare a sé stesso. Tale gesto altruistico appare in antitesi con l'egoismo genetico dawkinsiano, in realtà il genitore, prendendosi cura della prole, si prende cura dei geni che ha trasmesso, per cui questo altruismo è in realtà una particolare forma di egoismo. "Altruismo" non è antonimo di "Egoismo", bensì un particolare tipo di egoismo.
Da queste considerazioni concludo che, il sentimento di affetto materno, che caratterizza fortemente la nostra specie, è responsabile dell'idea di Dio. Cosa altro è Dio se non il genitore a cui ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di aiuto e protezione? Il "padre nostro che è nei cieli", al quale chiediamo giustizia, perdono ed "il pane quotidiano".
Se gli individui della nostra specie si schiudessero dalle uova abbandonate sulla spiaggia da un genitore che non vedrebbero mai, non avvertirebbero il bisogno di formulare l'idea di Dio.

Logger baby 01

Quando nella società prevalgono carestie ed epidemie (o il singolo individuo è affetto da malattia o in stato di indigenza), allora prevalgono le religioni come quella cristiana, ovvero prevale il bisogno di chiedere aiuto ad un genitore onnipotente, capace di risolvere ogni sofferenza e di punire i responsabili di tale sofferenza.
In questo modo, nella società si instaura una tipologia di ciclo che in fisiologia è denominato "retroazione" e che consiste nell'auto-intensificazione delle cause ad opera degli stessi effetti: la società in preda a carestie ed epidemie si affida alla religione cristiana, la quale con il suo oscurantismo impedisce lo sviluppo della scienza e della tecnica che servirebbero ad arginare epidemie e carestie che favoriscono a loro volta la religione cristiana. Grazie a questo processo la religione cristiana ha dominato indisturbata durante i tempi bui del medioevo.
Ma, lo stesso sentimento di affetto materno che è alla base dell'idea di Dio, ha una duplice veste: esigenza di ricevere cure (da parte della prole indifesa) ed esigenza di fornire cure (da parte dei genitori).
Quando nella società prevale il benessere (assicurato dalla tecnologia e dalla scienza), allora viene meno il bisogno di ricevere l'aiuto del padre eterno e prevale il desiderio di fornire aiuto e protezione alla prole indifesa.
Per gli antispecisti gli animali rappresentano un surrogato della prole, in altre parole gli antispecisti riconoscono inconsciamente gli animali come propri figli.
I fiori ci piacciono, sebbene non si siano evoluti per piacere a noi. La forma, il colore, l'odore dei fiori servono ad attrarre gli insetti impollinatori, eppure attraggono anche noi. Allo stesso modo, i cuccioli di altre specie suscitano in noi un sentimento di affetto materno, per via dei loro tratti morfologici, condivisi anche dai neonati della nostra specie, la cui visione stimola in noi benevolenza e ci induce a curarli e a proteggerli. Il fenomeno presenta interessanti analogie col parassitismo: un parassita è un organismo che sfrutta le debolezze dell'ospite per trarne vantaggio. La debolezza che i parassiti sfruttano è l'incapacità del sistema immunitario di riconoscerli e debellarli; gli animali da compagnia sfruttano una debolezza non immunitaria ma psicologica. Per inciso, non è necessario rendersi conto di essere un parassita per essere un parassita: né la tenia (verme solitario) né tanto meno il vostro cane, se ne rendono conto.
La propensione all'antispecismo consiste dunque nell'incapacità di distinguere tra cuccioli di altre specie e neonati umani, e dipende da un'aberrazione dell'istinto materno.

Gli antispecisti non sono in grado di cogliere la differenza tra un cucciolo di gatto o cane ed un bambino umano, tanto da ritenere che la distinzione sia dovuta a fattori culturali (antropocentrismo).
La mia spiegazione probabilmente non persuade i lettori più scettici, perciò mi appresto a fornire ulteriori prove. Anche la seguente fotografia l'ho reperita su di una pagina antispecista, accompagnata da commenti estasiata approvazione (ho preferito oscurare il volto del soggetto).

Per quale altro motivo una ragazza dovrebbe compiere siffatto gesto se non perché ingannata dalle fattezze dell'agnello che la inducono inconsciamente a considerarlo come suo bambino?
Come abbiamo visto precedentemente, nel tentativo di "sensibilizzare" la gente ai loro temi (la definizione appropriata è "proselitismo"), gli antispecisti usano molto spesso ricorrere all'espediente di invertire le parti, in modo da far immedesimare l'uomo nell'animale.

Chi ha concepito questa immagine considera inconsciamente gli animali come figli propri e, sebbene senza rendersene conto, comunica ciò che prova al pensiero che qualcuno mangi gli animali.
Sono il fondatore ed il principale amministratore della pagina facebook A Favore della Sperimentazione Animale. Dalle incursioni degli antispecisti sulla pagina, ho dedotto che essi considerano gli animali come figli propri. L'idea di giustizia degli antispecisti è molto primitiva, essenzialmente basata sulla legge del taglione (quello che fai a me deve essere fatto a te), unendo questa osservazione a quella precedente (animali = figli) si ottiene la logia invettiva rivolta ai ricercatori e alle persone favorevoli alla sperimentazione animale: "viviseziona i tuoi figli!" L'etica della legge del taglione combinata all'istinto materno nei confronti degli animali si evincono dalla frase rivolta ai ricercatori "viviseziona i tuoi figli". L'inconscio processo mentale che le genera è: quello che fai a me deve essere fatto a te (legge del taglione), tu vivisezioni gli animali (che sono i miei figli), allora io viviseziono tuo figlio! L'invito a sperimentare sui propri figli, rivolto a chi sperimenta sugli animali, conferma che gli antispecisti vedono gli animali come figli propri. Altrimenti, perché ce l'avrebbero proprio coi figli dei ricercatori?
La seguente figura raggruppa solo alcune delle innumerevoli incursioni antispeciste sulla pagina da me gestita. Anche in questo caso ho preferito oscurare l'identità.

Questa gente è la stessa che millanta superiorità morale nei confronti di chi non aderisce alla religione antispecista e che cita Gandhi:

La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali.
A giudicare dal comportamento dei paladini degli animali, direi che Gandhi si sbagliava di grosso.
La mia teoria spiega anche perché tra le file antispeciste si contino prevalentemente donne: in esse il sentimento di affetto materno è più spiccato rispetto all'equivalente paterno degli uomini.
E spiega anche da dove deriva l'ostinazione, l'accanimento, il fervore religioso, l'odio, la crudeltà, la ferocia, la foga e l'isterismo che contraddistinguono gli antispecisti: si tratta di persone convinte che gli "specisti" abusino, torturino ed uccidono i loro figli. L'eccezionale aggressività degli antispecisti, i quali minacciano di morte per tortura chiunque, secondo loro, attenti all'incolumità degli animali, si spiega, a mio avviso, soltanto ammettendo che essa nasca dall'istinto di protezione della prole.

Queste sono le medesime persone che millantano superiorità morale nei confronti degli "immondi specisti". Ciò non deve stupire, dopotutto le più orripilanti nefandezze ed i più grandi misfatti della storia, sono stati compiuti da gruppi di persone assolutamente convinte della propria superiorità morale, come gli inquisitori che bruciavano le donne sui roghi con l'accusa di stregoneria.
Se a Green Hill fossero stati rinchiusi esseri umani adulti destinati alla sperimentazione, forse ci sarebbe stata una tenue protesta (sicuramente non da parte di antispecisti, troppo impegnati a pensare ai loro figlioletti animali), ma certamente nessuno sarebbe stato così ostinato nel protestare e tanto furibondo da sfondare i cancelli, squarciare ed attraversare le recinzioni, sfidando poliziotti in tenuta antisommossa, come è stato fatto per trarre in salvo (rubare) i cani beagle.
Gli antispecisti non pensano ad altro che agli animali, sono ossessionati: la loro mente è monopolizzata dal pensiero che i propri figli stiano soffrendo. A riguardo sono esemplari le parole pronunciate da una donna nel seguente video (da minuto 2:50 a minuto 3:30) e che trascrivo di seguito.

Siete voi i principali responsabili di tutto questo orrore che accade nel mondo, milioni e milioni e milioni di esseri viventi, cioè io non c'è mattina che non mi sveglio a qualsiasi ora, che siano le 6, che siano le 5, e non immagino per un attimo, dico: "mamma mia, a quest'ora già si staranno accendendo le luci di un laboratorio di vivisezione, già qualche creatura starà vivendo nel terrore, nel terrore di non essere ascoltata, starà implorando con lo sguardo una pietà che non avrà mai! Vergogna!"
Le madri generalmente rimangono sveglie in apprensione se il Sabato notte i figli non rincasano all'orario pattuito, paventando il dramma di un incidente stradale. Similmente, questa donna non dorme perché angosciata per la sorte imminente dei suoi figlioletti animali. Nella sua mente si proietta l'incubo impresso dal bombardamento delle immagini macabre della propaganda antivivisezionista, a cui lei ha creduto ciecamente senza opporre alcun pensiero critico. Il coinvolgimento emotivo ha inibito ogni capacità di ragionamento. Come fa questa donna a sapere cosa accade nei laboratori? È una ricercatrice? Ha mai messo piede all'interno di un laboratorio di ricerca? È chiaro che la sua idea di sperimentazione animale è interamente fondata sulle falsità e le manipolazione della propaganda antivivisezionista che diffonde fotografie decontestualizzate, forvianti ed anacronistiche, dando da intendere che esse descrivano l'attuale ricerca biomedica.
Agli antispecisti non frega niente delle problematiche dell'umanità, poco importa se al mondo esistono fame, guerre e stermini, non riveste alcun interesse per loro, tutto il resto passa in secondo piano, come è normale che sia quando i propri figli sono in pericolo, i figli hanno la priorità su tutto. A prescindere che essi stessi lo ammettono o meno, non vedrete mai un antispecista spendere le proprie energie in cause filantropiche, tutti i loro sforzi sono riservati alla salvaguardia degli animali, ed anzi gli antispecisti sono misantropi, odiano l'umanità perché la reputano responsabile della sofferenza animale.

Reputano l'umanità responsabile della sofferenza animale, ma si rifiutano di vedere che la sofferenza degli animali non-umani è provocata, in prima luogo, dagli stessi animali non-umani. Anzi l'uomo è semmai l'unica specie interessata a prendersi cura delle altre specie e a tutelare l'ambiente. Gli animali sono i loro figli, per cui è inconcepible che i loro bambini indifesi, innocenti e immacolati, siano responsabili della sofferenza altrui. Da qui nasce l'esigenza di una fantasiosa concezione della natura, atta a confermare l'innocenza dei propri figli. Concezione che, come detto, è assecondata dalle produzioni della Disney e simili. Per autoconvincersi che la natura corrisponda alla loro concezione fantasiosa, gli antispecisti propongono spesso associazioni del tipo illustrato dal seguente accostamento di immagini.

L'immagine posta in alto è un fotogramma tratto dal film di animazione Il Re Leone, da cui si può constatare come gli antispecisti basino il proprio concetto di natura sui cartoni animati della Walt Disney. La comparazione con la fotografia posta in basso, dovrebbe provare, nelle intenzioni dell'autore, che gli animali sono tutti buoni, che gli animali non commettono violenze e sopraffazioni, che lo "specismo" è "prerogativa esclusiva degli umani" come apertamente indicato. In realtà la fotografia in basso illustra un contesto artificiale: l'uomo altera la natura a proprio piacimento. Gli antispecisti si convincono che tale alterazione corrisponda alla vera natura.
Secondo gli antispecisti gli animali sono tanto buoni e l'uomo tanto cattivo che quest'ultimo dovrebbe trarre insegnamento dai primi.

In realtà gli animali compiono azioni abominevoli se giudicati attribuendogli una coscienza umana (come fanno gli antispecisti all'occorrenza). L'infanticidio, ad esempio, per alcune specie animali è prassi frequente. Cito da Pikaia, un'autorevole rivista italiana di biologia:

In molte specie poliginiche, in cui un solo maschio controlla un gruppo di femmine e i relativi cuccioli, quando un nuovo capobranco ne spodesta un altro uccide tutti gli individui giovani, ancora soggetti alle cure parentali materne. Lo scopo di questo crudele comportamento (molto famoso è l'infanticidio nel leone) sarebbe svincolare le madri dall'allevamento di cuccioli altrui e renderle in breve tempo ricettive per un altro accoppiamento. Con il nuovo maschio, s'intende.
Immedesimiamoci negli animali conservando la nostra mente umana come propongono gli antispecisti: immaginate che un nuovo pretendente di una donna uccida tutti i figli che questa ha avuto con la precedente relazione... è questo il tipo di moralità che dovremmo imparare dagli animali?! Se l'uomo traesse insegnamento dagli animali, come suggeriscono gli antispecisti, allora verrebbe legalizzato l'infanticidio, ma anche lo stupro, la pedofilia, il furto e l'omicidio. Quando gli si fa notare la crudeltà degli animali, la maggior parte degli antispecisti si ostina puerilmente a negare l'evidenza, tappandosi le orecchie, sbattendo i piedi e rifugiandosi nel proprio mondo fantastico. Una minoranza di antispecisti, invece, credendo di essere più astuta, asserisce che le azioni crudeli degli animali sono giustificabili perché essi non si rendono conto di ciò che fanno. Così dicendo però, l'antispecista si contraddice in quanto sta implicitamente ammettendo che gli animali sono privi di coscienza e della capacità di realizzare le propri azioni, quindi anche incapaci di realizzare la propria esistenza e ciò, come precedentemente spiegato, ha importanti conseguenze sull'elaborazione della sofferenza. Viene dunque inficiato il principio dell'uguale sofferenza su cui si fonda l'antispecismo. Quindi fanno meglio quelli antispecisti che si ostinano a negare l'evidenza.
Oltre a rifiutare categoricamente ogni prova contraria alla loro visione della natura, gli antispecisti vanno alla selettiva ricerca di qualsiasi informazione che apparentemente la corrobora, mostrando una credulità sconcertate. Ad esempio: qualcuno, da qualche parte nel mondo, posta la seguente fotografia su internet, unita alla didascalia "una scimmietta trae in salvo un cagnolino dallo Tsunami" e gli animalisti di tutte le nazioni abboccano immediatamente, condividendo la foto a livello globale.

Per le persone in grado di ragionare è evidente l'assurdità della descrizione. Notiamo che non v'è alcun particolare della fotografia che consenta di ricondurla al contesto citato. È noto che le scimmie sono dispettose, specialmente con i cani, e quella è semplicemente una scimmia che gioca con un cucciolo di cane. Inoltre, la scimmietta in questione si direbbe una Bertuccia, specie che vive in Africa e non in Asia dove è avvenuto lo Tsunami.
La credulità è un altro aspetto che accomuna antispecisti e cristiani, questi ultimi infatti credono al pianto di statuette raffiguranti la Madonna, apparizioni mariane e manifestazioni sovrannaturali varie. Sia cristiani sia antispecisti respingono l'analisi critica perché vogliono credere, desiderano immensamente essere illusi. E come scrisse Machiavelli ne Il Principe:

Chi vuole essere illuso troverà sempre qualcuno pronto ad illuderlo
Questo è un punto determinante per la formazione di istituzioni religiose, il cui ruolo è quello di fornire le illusioni che il popolo richiede, ottenendo in cambio consenso e quindi potere. Come scrisse Le Bon in Psicologia delle Folle:
Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima.
Nelle società povere, le vicissitudini spingono gli individui ad invocare l'aiuto dei genitori e questo aspetto favorisce la formazione di religioni che offrono la confortante illusione della presenza di un Dio che funge da padre onnipotente, il quale verrà in soccorso provvedendo alle esigenze dei figli e punendo i responsabili del loro malessere. Al contrario, nelle società che hanno raggiunto il benessere, prevale il sentimento umano che fa propendere verso l'abnorme attenzione riposta sugli animali, riconosciuti inconsciamente come figli (aberrazione etologica).
L'antispecismo può affermarsi esclusivamente nelle società benestanti giacché i poveri a stento riescono ad occuparsi dei figli veri, non dispongono di risorse da sprecare per figli immaginari (gli animali). La povertà costringe a rivalutare le priorità e conseguentemente a riconsiderare la scala di valori, l'opulenza invece fa apparire il superfluo come essenziale. I cinesi non si interessano al benessere animale e non hanno leggi in tutela degli animali proprio perché hanno vissuto in condizioni di miseria fino a pochi decenni fa, e adesso l'unico pensiero delle attuali generazioni cinesi è quello di allontanarsi il più possibile dal loro spiacevole passato recente e correre verso il progresso, un progresso fatto di scienza e tecnologia. Lo stesso tipo di progresso che ha permesso agli occidentali il lusso di diventare antispecisti, progresso che, paradossalmente, gli antispecisti disprezzano perché non hanno esperienza diretta della miseria e quindi non sanno apprezzare il benessere che possiedono, un aspetto umano che era già noto ad Eraclito (concetto che ho già spiegato nell'articolo intitolato Crudeltà Animalista nella Letteratura e su Internet).
Pertanto, le sorti dell'antispecismo sono affidate alla scoperta di una valida fonte di energia alternativa al petrolio. L'alimentazione dell'umanità dipende dall'agricoltura, gli elevati rendimenti dell'agricoltura dipendono dalla meccanizzazione, senza trattori, mietitrici e quant'altro, l'uomo non sarebbe in grado di produrre il necessario per soddisfare il fabbisogno di una popolazione che ammonta ormai a sette miliardi di persone e che è in continua crescita. Le macchine agricole funzionano grazie ai combustibili fossili (i motori elettrici sono veloci, ma non erogano abbastanza potenza da arare la terra). La fine del petrolio comporterà una grave carestia, senza precedenti nella storia, la quale causerà la morte di miliardi di persone. In questo scenario catastrofico, che comprenderà probabili guerre mondiali per l'accaparramento delle ultime risorse, gli uomini torneranno verosimilmente al cristianesimo (o peggio ancora, l'islam subentrerà al cristianesimo per ragioni demografiche), infischiandosene altamente della tutela degli animali.
Se invece verrà trovato un valido sostituto del petrolio, allora la religione antispecista regnerà sovrana assoluta, promuovendo un nuovo oscurantismo antiscientifico. Chiunque verrà accusato, anche senza prove, di attentare all'incolumità degli animali, verrà bruciato vivo su pubblica piazza. Credete sia un pronostico esagerato? Allora considerate quanto segue: il cervello umano non evolve da 200.000 anni, la santa inquisizione è avvenuta soltanto 500 anni fa: gli uomini che perpetrarono l'inquisizione sono biologicamente uguali a quelli odierni. La differenza tra inquisitori e uomini contemporanei è il cambiamento culturale apportato dall'illuminismo. Il cambiamento culturale antispecista è già incipiente. Missionari della religione antispecista saranno inviati presso le tribù selvagge che vivono di caccia, i boscimani ad esempio, per convertirle alla religione ed imporgli di abbandonare la caccia per coltivare la terra; agli eschimesi sarà vietato cacciare le foche (la loro unica fonte di sostentamento) e dato che è impossibile coltivare il ghiaccio, il popolo inuit sarà costretto alla diaspora. Gli scheletri custoditi nei musei di anatomia comparata saranno confiscati al fine di dare degna sepoltura alle sacre spoglie degli animali, fino a quel momento messe in mostra per il macabro divertimento di uomini perversi che si nascondono dietro il pretesto della scienza. Come qualcuno ha arguito, la storia è scritta dai vincitori. Ciò significa che, obiettivamente, non sono i buoni a vincere sempre, ma sono quelli che vincono ad autoproclamarsi buoni. Come scrisse Machiavelli:
Il tempo fa tramutare il male in bene ed il bene in male.
I criminali ALF vengono già adesso descritti da qualcuno come eroi e martiri. Quando la religione antispecista prevarrà, gli ALF saranno venerati come Santi.
Ci sarebbe però una terza via. Il dominio della Chiesa cattolica è durato così a lungo perché le alte cariche del clero sono occupate da abili strateghi, perciò è molto probabile che si rendano conto della rapida ascesa dell'antispecismo e reagiscano di conseguenza per conservare il proprio potere. Se il cristianesimo non vuole essere surclassato dalla nuova religione incombente, deve modificarsi per assecondare la massa dei devoti, sottraendola alla religione rivale. Sono i devoti stessi a chiederlo, i quali già reinterpretano il cristianesimo a modo loro, il ché costituisce una grave delegittimazione del ruolo della Chiesa e del pontefice, il successore dell'apostolo Pietro, incaricato da Gesù di diffondere il verbo all'umanità.

Sembra impossibile modificare radicalmente la Bibbia per assecondare la massa antispecista, perché certamente questa non può accettare che il diavolo sia rappresentato da un animale (il serpente), che Dio abbia preferito il sacrificio dell'agnello compiuto da Abele piuttosto che le verdure offerte da Caino, che Gesù abbia moltiplicato i pesci per sfamare la folla. Tuttavia, il clero ha elaborato un ottimo stratagemma per interpretare la Bibbia a seconda delle convenienza: l'esegesi. Perciò non avrebbe grosse difficoltà, basta lasciare tutto così com'è ed affermare che si tratta di metafore che vanno interpretate (come fanno quei cristiani che accettano l'evoluzionismo con la genesi biblica). La Chiesa dispone inoltre di un punto di forza, uno dei Santi più importanti: San Francesco d'Assisi.
Mi pare di scorgere le prime avvisaglie che dimostrano che il clero ha intrapreso la direzione da me ipotizzata.


Anticipazione delle Critiche


Come mi aspetto che gli antispecisti reagiscano a questa disamina?
Per esperienza vi dico, essenzialmente in tre modi:
  • Calunniando e diffamando la mia persona nel fallace tentativo di screditare i miei argomenti, un vile espediente denominato Argumentum ad hominem.
  • Decontestualizzando i miei argomenti, stravolgendoli in una maniera a loro conveniente per controbattere, un altro vile espediente denominato Uomo di Paglia.
  • Cercando in ogni modo di censurare il mio articolo, organizzando segnalazioni di massa, poiché il concetto di libertà di parola degli antispecisti può essere sintetizzato con "gli altri sono liberi di esprimere esclusivamente il nostro stesso pensiero".


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